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Il Bergamino di Giorgio Cesati Cassin - capitolo V

Un Beagle e un grosso Mastino, due razze canine selezionate, se messi a confronto si annullano vicendevolmente e diventano ridicole. Non senza un dubbio nella voce, Cecilia chiede a suo marito se è d’accordo su quanto gli ha appena detto. “Come uno che è sul punto di affogare” le risponde Bergamino, “non mi metto di sicuro a giocare a morra con chi mi stende la mano!” Cecilia ride. Naturalmente è più che decisa, gli ultimi incontri con il duca le hanno ispirato tante idee da ricavarne domande precise, come l’ultima: “Tra di noi, esiste qualcosa che si possa definire così grande e importante da volerlo avverare a tutti i costi?” Ludovico Sforza non le risponde. Tenendole le mani mentre lei gli rivela ciò che desidera, abbassa lo sguardo e chiude le palpebre, cosicché il suo sorriso si possa interpretare come un consenso.

Il Bergamino di Giorgio Cesati Cassin - capitolo IV

Chi cerca la verità, non può essere che lo scienziato, chi invece vuole cimentarsi con l’immaginazione, sicuramente è lo scrittore. Giacomo Trotti ripensa a ciò che il Duca gli ha ordinato e si agita; non essendo né l’uno né l’altro, vorrebbe trovare una via di mezzo per accontentare il suo signore, una stanza che soddisfi la prossimità alla sua camera coniugale, senza però esagerare e, nel contempo, arredata con una fantasia che superi la normale conoscenza. Per intenderci, una stanza ideale, vicina ma non troppo, e provvista di quel tanto di magia che non la renda schiava di un modello. “Da quel che ne so” si domanda il Trotti, “ogni cosa scientifica scaturisce o no da una audace immaginazione? Gli architetti dell’antico Egitto non erano degli ottimi artisti se hanno costruito le Piramidi?”

Il Bergamino di Giorgio Cesati Cassin - capitolo III

Non si sa che cosa Alfonso abbia risposto all’idea del Bergamino. Certamente avrà pensato di trovarsi di fronte ad un piano inattuabile e fuorviante. Non è possibile, identificare quel progetto con il possesso intellettuale del Moro, si tratta di pura immaginazione. Bergamino possiede, come scrittore, una fantasia straordinaria, ma un conto è scrivere un libro, un altro creare un piano attuabile. Lo scrittore non può emanciparsi dall’inventare quello che vuole, il suo senso della possibilità supera ampiamente quello della realtà.

Il Bergamino di Giorgio Cesati Cassin - capitolo II

In anticipo di cinque secoli la Milano di Ludovico il Moro cambia. Durante il suo governo la città conosce il pieno Rinascimento. La sua corte diventa una delle più splendide d’Europa. Patrono di molti artisti di rilievo tra cui Leonardo da Vinci, il Moro è noto per avergli commissionato l’Ultima Cena, e lo è altrettanto nelle vesti di donnaiolo, soprattutto quando per lui suona finalmente l’ora dell’usurpatore dalla pelle bruna. Ludovico toglie il potere al nipote Gian Galeazzo, figlio di Galeazzo Maria, e più che mai pretende il ducato di Milano. La sua corte diventa felicemente famosa, o tristemente, secondo i punti di vista, per la licenziosità dei costumi. Il nuovo duca non è privo di una educazione classica, nonostante il suo carattere stravagante, sa attrarre sempre più artisti di alto livello. Il più grande, Leonardo, deluso da Lorenzo il Magnifico, abbandona Firenze per Milano dove, oltre all’arte pittorica eccelsa, porta doti ingegneristiche e progetta bombarde. Peccato che il Moro non valuti in modo adeguato l’inventiva bellica del Vinci, ricca di tecnologie avanzate. Il duca generalmente non usa l’artiglieria, nel momento del pericolo. In compenso può recarsi a pregare la Vergine delle Rocce. Ludovico Maria Sforza, ha trentasei anni, quando conosce Cecilia sedicenne.

cap 1“Mi guardo allo specchio, borbotto, come ho potuto essere così stupido? E sì che ne ho avuto di tempo per riflettere! Bello avere sospetti di un rivale che da alle disavventure, ai guai, il capo di filo per risalire all’origine di uno sbaglio commesso, di un errore dimenticato. Allora anche la disdetta è utile e se ne può trarre un senso... Il fatto che qualcuno incontri mia moglie, come tutti sanno, mentre io faccio finta di non sapere, mi costringe a ragionare sulla stupidità. Mi accorgo, però, di quanto sia complessa la mente. La mia mente! Devo cercare di costituire almeno un nucleo attorno al quale possa raggruppare il risultato delle mie ricerche, dei miei sentimenti sempre più confusi. Mi rendo conto di non avere un’opinione dominante e, forse, è un bene. Mi si impone, pertanto, di aprire con me stesso il privato, anche se, al solo pensiero, provo imbarazzo e nausea. Non manco, del resto, di intelligenza e di spirito, ma non è come se mi trovassi in una sala nobile, obbligato ad aprirmi a un pubblico goloso di pettegolezzi avvelenati.”

Il Bergamino di Giorgio Cesati Cassin - prefazione

Prefazione di AZALEN TOMASELLI

 

Il conte Ludovico Carminati di Brembilla, detto il Bergamino, distoglie gli occhi dallo specchio.

È questo l’incipit del racconto storico con il quale Giorgio Cesati Cassin, attraversando la linea del tempo, catapulta il lettore nella corte ducale degli Sforza. Proprio lo specchio, elemento a cui il protagonista ricorre più volte nel suo flusso di coscienza, costituisce l’indizio del potere della scrittura di sdoppiare e di frantumare la realtà in una serie indefinita di combinazioni e, se possibile, di capirla meglio.

Oppure, di fissarla nell’attimo fatidico in cui per un capriccio della psiche i destini umani si capovolgono. Tenendo fermo il nesso tra la grande e la piccola storia nella cui filigrana si dipana la vita degli individui, mossi non solo da passioni, vizi, avidità di potere, ma anche da bontà acume e intelligenza.

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