Il Bergamino di Giorgio Cesati Cassin - capitoli VIII e IX

Il Bergamino di Giorgio Cesati Cassin - capitoli VIII e IX

CAPITOLO VIII

Le riunioni al Castello Sforzesco si susseguono con frequenza e regolarità. Di fuori, dal mondo articolato, arrivano le notizie di re Carlo VIII che sta risalendo lo stivale e cerca di evitare uno scontro con la lega italiana.La rapidità e la facilità con cui Carlo VIII raggiunge Napoli e la posizione di dominio in Europa che gli deriva dall'unione delle corone di Francia e di Napoli suscitano la formazione di una Lega antifrancese, composta da Venezia, Impero, Papato, Milano e Spagna.

Carlo VIII comprende che è tempo di ritirarsi in Francia e cerca di valicare l'Appennino. Il 6 luglio 1495incontra l'esercito della lega degli stati italiani a sbarrargli la strada a Fornovo. La battaglia di Fornovo è uno scontro di tipo ancora medievale, in quanto né le armi da fuoco né la guerra di movimento delle fanterie hanno un ruolo determinante. Lo scontro di circa un'ora, breve ma sanguinoso con circa tremila morti, ha però un risultato incerto. Entrambi gli schieramenti ritengono di aver vinto. Una vittoriosa sconfitta. Se la si vede in questa prospettiva, i due eserciti appartengono anche loro a un universo che riconosce nell’ossimoro la propria allegoria. In altre parole dichiarano ognuno il proprio successo attraverso un linguaggio che lo elude. Se ne potrebbe dedurre che questo è, forse, l’ossimoro più strabiliante nella storia delle battaglie: ognuna si sottrae a sé stessa e dichiara di aver vinto quando non ha nemmeno perso. Hanno usato un modo di esprimersi che supera persino la vittoria di Pirro. Ognunoracconta sottraendosi alle conferme della critica e aprendosi alle sorprese della narrazione. In ultima analisi si è combattuto come se non ci fosse stato combattimento, tant’è che Carlo VIII si allontana verso la Francia, percorre duecento chilometri in sette giorni, inutilmente inseguito dal Moro. Lo incontra a Torino dove negozia il ritorno in patria  prima che i passi alpini diventino invalicabili. Fornovo, una goffaggine ambiziosa per non ammettere che la battaglia è un disastro per tutti e due gli avversari, come se nella Gioconda, non riuscendo a decifrare il mistero del sorriso, lo trasformassimo nel sorriso del mistero.

     Il Bergamino non è a Fornovo, un attacco di terzana lo costringe a ricorrere alle cure del medico Girolamo Visconti. Tra un brivido di febbre e l’altro, si convince sempre di più che il Moro e Carlo VIII, uno eguale all’altro, vogliano rifare il mondo a propria immagine e somiglianza. Per tenere il trono, ogni loro sforzo è teso a una sola conclusione; non mollarlo ad ogni costo. Per questo negoziano. Torni ognuno a casa sua, ognuno opponga una resistenza passiva, purché non guasti tutto. E se poi questa conclusione la si considera un destino e se il loro incontro avviene proprio nel momento decisivo, che ognuno si guardi bene dall’agire come un ragazzaccio che vuole solo guastare tutto! Del resto ciò avviene in tutti gli staterelli dell’Italia rinascimentale e nell’Europa. Il fine giustifica i mezzi, lo ricorda anche Machiavelli. “Non si tratta di fatti singoli” ragiona il Bergamino, “ma di legge universale. “Se per semplice ironia della natura” medita sempre,“ne derivasse il fatto speciale che non accade mai nulla di speciale, che senso avrebbero allora le moine di Beatrice durante le danze se, ora, manco mi guarda?”

     Sarà per il morbo che lo ha colto, in ogni caso deve ammettere che ciò che prova è quello di sentirsi un anonimo, un Eros sconosciuto che ricorda un qualcosa della sua infanzia, che potrebbe pure non essere mai accaduto. L’occasione della lontananza del Moro lo fa sentire non buono, se mai perfido. Un perfido buono. La bontà si addice se mai al Moro che, assente, gli permette di trasformarsi da agnello in toro, da un animale casalingo in un infoiato selvaggio.

     Ancora febbricitante, scrive una curiosa storia, con l’intenzione di non divulgarla. Immagina che Beatrice venga a fargli visita. Entra nella stanza e si ferma tra il letto e la porta. Non è la Psiche con la quale danza e gli strizza l’occhio, non è la donna di carattere lieto, allegro, spensierato, giocoso, tanto da essere artefice insieme a lui di molte delle numerose burle ordite ai danni dei cortigiani, primo fra tutti il serioso Giacomo Trotti. Ambiziosa come la sorella, è più impulsiva. Una volta si azzuffa con delle popolane dopo che queste la insultano per il suo abbigliamento. In un'altra occasione, accortasi che il Moro le vuole far indossare un abito che sa essere stato in precedenza di Cecilia, si rifiuta categoricamente e cerca di convincere il marito a troncare la relazione extraconiugale. Continua a guardarla, decisamente è un’altra. Pure Bergamino non è più lo stesso, come lei non sorride, non sa che cosa dirle, non la giudica, è come se la vedesse per la prima volta. Non la studia per parlarle, solo per capire non come era ma come è adesso, nel presente, lì immobile quasi accanto al suo letto. La ridimensiona, forse si è sbagliato, il suo aspetto è quello che gli appare ora, una statua vivente che può controllare in silenzio, forse a lungo, quanto vuole. Conclude che rivedere Beatrice oggi non è felicità, è come se fosse, incontrandola, immerso con lei in uno stato irreale di completa quiete. Il narratore capisce di avanzare su un terreno fragile, il terreno della finzione, basta un errore e il racconto crolla. Deve assolutamente contrattaccare, l’efficacia della difesa è pur sempre l’attacco. Letterati sospettosi di una falsificazione verrebbero ad accusare il narratore e, forse, l’editore lo incolperebbe, niente meno, che di aver scritto un romanzo, genere proibito nella letteratura rinascimentale, tant’è che ha la gloria di non averne se non pochissimi. Che cosa fa allora il Bergamino? Con noncuranza come è del suo stile, offre un saggio di inconfondibile ironia. Capovolge la realtà, dice il contrario di ciò che pensa, potrebbe anche non dirlo, lasciare la coppia lì come sta, lei in piedi e lui a letto, immobili che non parlano, muti che si fissano. La sua ironia non capovolge in ogni caso la realtà, perché non sa quale sia. Non dice il contrario di quello che pensa, perché già pensa il contrario. Pure lui è un dissimulatore, ma onesto. Ed ecco il miracolo. Via lo sguardo dalla statua vivente, intinge la penna nell’inchiostro, scrive:

     “Beatrice, bisognerebbe pur tentare di fare qualcosa, a goccia a goccia si scava la pietra, anche se non abbiamo ben chiaro se sia una sciocchezza quello che  abbiamo in mente!”

     “Mah, io non avrei molto da obiettare,” risponde Beatrice, avvicinandosi al letto.

     “La superiorità di una donna che si è liberata dal desiderio è grandissima!”

     “Guarda, ti faccio soltanto questa preghiera, non farmi restare qui in piedi troppo a lungo…”

     “Va bene Beatrice, anch’io ci tengo tanto, abbiamo entrambi le stesse buone ragioni per farlo, scriviamo subito il verbale.”

     Il sorriso dell’intesa illumina il viso di entrambi. Bergamino si solleva sugli avambracci quel tanto che gli permette di spostarsi più a sinistra sul materasso, per fare posto a Beatrice contenta di raggiungerlo e di insudiciare quel talamo. E’ la prima volta che tradisce il Moro e scopre incredula la diversità tra uno specialista e un satiro, tra un cavallo da maneggio e uno stallone. Le abilità di un massaggiatore e quelle di uno spaccalegna non può che metterle a confronto. Pensa alle donne della preistoria che facevano con i loro amanti le stesse identiche cose e si chiede se forse non si domandavano se si potevano magari cambiare. Persino il Papa Alessandro VI, lo spagnolo Borgia, oltre ai figli ha l’amante! Chissà se la benedice e le sparge acqua santa sui profumi! E’ un punto di non ritorno, non si può tornare indietro, lo sanno e, d’altronde, che cosa c’è meglio dell’amore, in un periodo storico in cui gli abitanti vengono derubati delle loro cose e massacrati, le donne sono violentate, i campi devastati, le fattorie demolite, i magazzini vuotati, i barili di vino forati a colpi di archibugio, le chiese profanate, il bestiame abbattuto, le belle città saccheggiate, smantellate e incendiate? Bande di disertori si danno alle razzie, la feccia d'Europa, vaga per le campagne. Fame e pestilenze dilagano come in un incendio di stoppie... Questa è l’Italia dopo Fornovo.

     Il Bergamino smette bruscamente di scrivere e pensa che ciò che stava narrando avrebbe potuto essere realizzato, e poi chi mai ha detto che non si possa tornare indietro, si chiede? Riprende a scrivere.

     “Hai risolto i tuoi problemi Beatrice?”le dice.

     “Ne ho talmente tanti, quali problemi?” chiede lei.

     Beatrice quando ne conosce il contenuto, non sa trattenere le lacrime. Giunge le mani ed esclama:

     “Ma è fantastico. Dai, cambiamo vita.”

     “Davvero? Questa non ti va?” le dice.

     “Che hai capito, amore, intendevo quell’altra” replica lei abbracciandolo in uno slancio di sincerità.

Non si sa se queste fantasie si realizzeranno. Un fatto però è certo, Beatrice è nuovamente incinta. Ha già due figli, Ercole Massimiliano e Francesco. Ora attende il terzo, ma anche Lucrezia Crivelli aspetta un figlio; da Ludovico il Moro.

capix

CAPITOLO IX

I rapporti tra marito e moglie, già logorati dall’infelice scelta del Moro di prendersi per nuova amante Lucrezia Crivelli, dama di compagnia di Beatrice, da quando si sa che attendono un figlio dallo stesso padre, si complicano ulteriormente.Sebbene non provato, Lucrezia è presunta essere il soggetto del nuovo dipinto di Leonardo da Vinci. La logica per l'identificazione si basa sul precedente ritratto di Cecilia, e sul sospetto che lo smalto di un colore sia, forse, lo stesso usato nell’Ultima cena. La vita tumultuosa di Milano, d’altronde, è quella di un’epoca splendida ma, nello stesso tempo, tremenda in mezzo alle contraddizioni che sorgono col passaggio dall’ascetismo medievale al sole rinascimentale. Tutto subisce una evoluzione, lo sa bene il Bergamino, pensatore immaginifico, che dalla realtà può trarre  fantasie che scrive ogni giorno: un cambiamento tumultuoso che naviga tra luci e ombre. E’ come se si educasse un bambino a dolci e a botte, atteggiamenti antitetici, come avviene per le donne alle quali si riserva adorazione e spregio, e non le si considera in una eguale pari dignità. La Chiesa stessa trionfa in sdegni verbali. In una palese reticenza, predica bene ma poi razzola male, seminando un ossimoro via l’altro, confonde l’amore con il desiderio, la pietà religiosa con i rituali davanti agli occhi di tutti. Spiritualità e carnalità sono l’ennesimo giro di parole per negare l’idea contraria, il coraggio si trasforma in astuzia anche tra i Papi, e non mancano al loro seguito lemeretrices honestae, che non contribuiscono certo alla moralità della Santa sede. Sono donne bellissime e anche colte, esperte di musica, di poesie, di arte e di storia. Offrono, a caro prezzo, toccare e sapere e le sante del cielo passeggiano, d’amore e d’accordo, con le officianti di Afrodite. Nemmeno il voto di castità può salvarsi, i sacerdoti lo proclamano più come proponimento, possibilità, non come certezza di un giuramento sacro. Johannes Burchardus nel suoLiber notarum, fonte storica sulla vita alla corte dei papi del Rinascimento, riferisce che i monasteri sono quasi tutti lupanari.

     Il Bergamino ben lo conosce questo clima ogni giorno sempre più stabile, con qualche piccola nuvoletta, ogni tanto, di poca importanza, e nei suoi scritti sa rendere con efficacia l’impressione del tempo che corre. Sa anche valersi dell’effetto dello straniamento, usando la metafora del terzo occhio che spinge gli altri due occhi naturali a osservare proprio là dove il terzo non guarda. Come non bastasse, l’attenzione sa attrarla, per contrasto, alla sua vita privata. Con Cecilia approda alla fedeltà, spiaggia assai poco frequentata, come ben si sa. Si ritira nuovamente a Villa Medici del Vascello con la bella, colta Gallerani e, mentre lei intrattiene i suoi eruditi ospiti nei salotti letterari, lui ritorna nel suo studio a scrivere. Dal bosco della realtà che lo circonda migra nella foresta tropicale nascosta nella sua mente. Alcuni giorni prima, passeggiando per Cremona, si attarda all’Isola dei Monasteri. Si interessa in particolare modo del Corpus Domini, nato per volontà di Bianca Maria Visconti, che decide di trasformare uno dei suoi numerosi palazzi in monastero. Ciò che resta del precedente utilizzo sono due finestre a sesto acuto, tamponate, evidentemente per adempiere le regole di un monastero di clausura che vieta affacci diretti sulla strada. Al termine dei lavori il risultato è perfetto, con le celle attorno al chiostro quadrato, dove il ritmo rinascimentale delle arcate vorrebbe quasi scandire il lento scorrere della vita claustrale. In tutto il rifacimento emerge l’esigenza delle monache di non essere disturbate, nella loro meditazione religiosa, dai rumori degli uomini e dei carri che passano. Chissà perché, pensa il Bergamino, non hanno chiuso o deviato la via, risolvendo una volta per tutte questo problema. Sarebbe costato anche meno! I rumori poi potrebbero ricomparire, qualora ci fossero lavori di ampliamento, visto l’elevato numero di monache e convertite che premono per entrarvi. Ritornando a Villa Medici in carrozza, non riesce riposarsi, nemmeno a fare una breve pennichella. Mentre i cavalli trottano, la sua immaginazione galoppa. Si pone domande che non trovano risposte soddisfacenti: perché queste clausure sono protette da alte pareti senza finestre sulla strada, per delle ospiti che, in fondo, devono solo pregare? Non vogliono sentire? Non vogliono vedere oppure temono di essere viste? E’questo il problema che assilla le monache o qualcosa d’altro? Arrivato scompare nello studio, si siede al fratino, impugna la penna e cerca invano di scrivere. Trascorse alcune ore, si sveglia da un sonno profondo e agitato che non si aspettava. Seduta accanto a lui, Cecilia gli sorride.

     “Dormivi profondamente, russavi, con il viso tra le braccia appoggiate sul tavolo, non ho voluto svegliarti” gli dice. “Mi dispiaceva, forse sognavi, ogni tanto farfugliavi qualcosa e ripetevi, se non mi sbaglio, uccidilo, uccidilo, criminale!”

     “Sì, ora ricordo, stavo sognando un’orribile esecuzione capitale. La eseguiva un boia maldestro per non dire un assassino. Menava colpi su colpi con la scure ad un poveraccio, sbagliando ogni volta il bersaglio. Non è riuscito a decapitarlo, alla fine ha usato il coltello!”

     “Spaventoso, se l’avessi immaginato ti avrei destato. Ogni tanto, ti dirò, avevi dei sussulti, piccoli sobbalzi sulla sedia, ai quali non davo importanza.”

     “Si trattava di un prete, colpevole di aver ingravidato non so quante convertite, o meglio di prostitute rifugiatesi in un convento di clausura, per sottrarsi al mal francese.”

     “Hai sognato un fatto vero, accaduto durante il ritorno di Carlo VIII, mi sembra a Pavia. Il prete, reo confesso, si liberava dei neonati buttandoli, nottetempo, nel Ticino.”

     “Adesso me ne ricordo anch’io e ti dirò che questo prete lussurioso mi diverte, è estroverso, se non fosse per l’annegamento dei bambini. In fondo, se si trattava solo di cavalcate benedette che rallegravano la tristezza di quell’orrenda clausura, con tutte quelle donne giovani a portata di letto, se la sarebbe cavata probabilmente con solo un po’ di anni di prigione. E sì che esistono dei sorveglianti, pomposamente detti Provveditori, anche qui a Milano, che tengono d’occhio le chiese durante le funzioni, nonché i conventi di notte. Chissà come avrà fatto il religioso seduttore a sfuggire a loro, quando sgattaiolava fuori per correre al Ticino. A proposito di provveditori, il Moro mi raccontò un giorno che cosa successe, non ricordo in quale chiesa, durante la messa alla quale assisteva una meretrice dall’acconciatura non milanese, forse di Venezia. Uno di questi sorveglianti le si avvicina e le dice di uscire. “Signora mi scusi, ma lei deve allontanarsi da questo luogo sacro, io la conosco, lei è una prostituta, non può restare qui con tutti questi uomini devoti e le loro mogli, se ne vada, la prego.” Lei di rimando gli risponde: “Sior Proveditor, el me scusa, quel’ onest’omo là, el xè stà con mi tuta la note de ieri a solazarse co la me bafona. El vol che vada a dirghelo a quela onesta dona dela mujer?!”

 

Stefano Romeo

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